Progettare città accessibili attraverso la partecipazione
Una città accessibile non è definita soltanto dal rispetto di requisiti tecnici, ma dalla sua capacità di funzionare per chi la abita in modi diversi. Occuparsi di accessibilità urbana significa quindi occuparsi di spazi ma, per noi di Eubios, significa anche ascoltare il punto di vista di chi attraversa quei luoghi ogni giorno: sono le persone, attraverso la loro esperienza quotidiana, a indicare dove uno spazio pensato “per tutti” finisce in realtà per escludere o essere respingente qualcuno. È un tema che intreccia mobilità lenta, sviluppo sostenibile e urbanistica partecipata. Nella nostra esperienza di facilitazione, le soluzioni più solide nascono quando la progettazione tecnica incontra la voce di chi lo spazio pubblico lo attraversa ogni giorno.
Marciapiedi troppo stretti, dislivelli, arredo urbano mal posizionato, attraversamenti privi di scivoli o di segnalazione sonora: per alcune persone si tratta di semplici disagi, per altre rappresentano un ostacolo concreto all’autonomia. Lo stesso vale per la separazione tra piste ciclabili, aree pedonali e traffico veicolare, che tutela non solo chi si sposta in bicicletta ma anche chi cammina più lentamente o utilizza ausili alla mobilità.

Affrontare la mobilità lenta con un processo partecipativo consente di intercettare esattamente questi dettagli, che spesso sfuggono a una progettazione solo tecnica. È quanto abbiamo sperimentato con Ciclovie Coesione Bacino del Tanaro, il percorso che ha coinvolto 36 comuni tra Alessandria e Asti nella co-progettazione della rete ciclabile di area vasta: attraverso laboratori pubblici e una mappatura online, cittadine e cittadini hanno segnalato non solo varianti di tracciato, ma criticità di sicurezza stradale e nodi di interconnessione che hanno orientato concretamente lo schema di progetto. Ne parliamo anche nell’articolo sulla mobilità lenta, dedicato a come la conoscenza diffusa delle persone diventi risorsa progettuale.
Una città accessibile deve inoltre rispondere a bisogni che sopraggiungono in età differenti. Percorsi casa-scuola protetti, panchine frequenti, bagni pubblici, tempi semaforici adeguati sono risposte a esigenze apparentemente diverse che nella pratica convergono nel rendere una città più vivibile. Lo abbiamo osservato con TresignAMO!!!, il percorso partecipativo realizzato a Tresignana per rendere più sicure e accessibili le aree attorno alle scuole di Formignana e Tresigallo, dove il coinvolgimento del Consiglio Comunale dei Ragazzi e delle Ragazze nella co-progettazione di interventi di urbanismo tattico ha trasformato bisogni concreti — l’invasione di auto negli orari di ingresso e uscita, l’assenza di aree pedonali protette — in soluzioni sperimentali da verificare sul campo prima di renderle definitive.
Una dinamica simile, su scala diversa, guida il percorso che abbiamo accompagnato a Vado, frazione di Monzuno, lavorando sulla rigenerazione urbana di piazza della Libertà, oggi utilizzata soprattutto come parcheggio ma vissuta quotidianamente da persone anziane e famiglie negli orari scolastici. In questo caso il nodo non è solo tecnico ma valoriale: come raccontiamo nell’articolo Progettazione partecipata a Vado: la complessità come risorsa condivisa, le esigenze di accessibilità e di spazio pubblico più ampio non sempre coincidono con la priorità, altrettanto legittima, di mantenere i parcheggi a sostegno delle attività commerciali. È in questo tipo di tensione che il lavoro di facilitazione fa la differenza, restituendo un metodo per trasformare posizioni divergenti in soluzioni condivise.

Il principio del design universale nasce da un’idea semplice: considerare fin dall’inizio la varietà delle persone che useranno uno spazio, anziché aggiungere soluzioni correttive a un progetto già definito. Significa coinvolgere direttamente le persone con disabilità e le categorie più fragili nella progettazione, non limitarsi a consultarle a cose fatte. È un principio che guida anche i percorsi di pianificazione di scala più ampia: con Unione Terra di Mezzo traccia il domani, il percorso partecipativo per costruire le linee guida del nuovo Piano Urbanistico Generale, abbiamo lavorato anche con chi, in passato, aveva vissuto altri percorsi di partecipazione con delusione. Un aspetto che riguarda da vicino l’accessibilità: una città inclusiva negli spazi fisici deve esserlo prima di tutto nei processi decisionali, aprendosi realmente a chi è più difficile coinvolgere.
Gli strumenti a disposizione della facilitazione sono molteplici. Le mappe partecipative, ad esempio, non servono soltanto a raccogliere proposte di tracciato: con la Mappa di comunità della Bassa Reggiana le abbiamo utilizzate per far emergere il modo in cui una comunità attribuisce valore ai propri luoghi, un lavoro di ascolto che si intreccia con la capacità di un territorio di riconoscere — e poi accogliere — i bisogni delle persone più fragili. Lo stesso approccio orienta i percorsi di rigenerazione urbana che accompagniamo: la trasformazione fisica di un luogo produce risultati duraturi solo quando procede insieme all’attivazione delle persone che lo abitano.
Che si tratti di un marciapiede, di una piazza scolastica o delle linee guida di un intero piano urbanistico, la strada più efficace per progettare una città accessibile resta la stessa: partire dall’ascolto di chi vive quello spazio ogni giorno, comprese le persone più fragili e più difficili da raggiungere. È il principio su cui costruiamo, in Eubios, ogni percorso di partecipazione e facilitazione.
Se il tuo territorio o la tua organizzazione stanno affrontando il tema dell’accessibilità urbana — un piano, uno spazio pubblico, un percorso casa-scuola da ripensare — il team di Eubios è a disposizione per progettarlo assieme!
Contattaci per raccontarci il tuo contesto e scoprire come possiamo lavorare insieme.








